Otto, abisso di Castel del Monte

Storia e mare di Puglia

Puglia
Da mar 11 mar 2025 a sab 15 mar 2025
Codice viaggio [100]

"Non so come fossero quelle mura di Tebe che Anfione, come vuole il mito, eresse al suono della sua cetra che attrasse e disciplinò le pietre dei monti; ma non poterono vincere in bellezza le mura di questo castello."
Mario Praz

Dettagli del viaggio

Durata

5 gg

Difficoltà

    Difficoltà Livello 6

Info

    Pensione Senza zaino Base fissa Itinerante

Quota di partecipazione: € 250, da versare all'associazione (per segreteria, organizzazione, guida).


Spese previste: € 410, da portare con sé per mangiare, dormire e spostamenti. Sono calcolate accuratamente tuttavia suscettibili di piccoli cambiamenti in più o in meno legati a variazioni di prezzi e al comportamento del gruppo.

Il viaggio

Dal primo risvolto di “Otto – L’abisso di Castel del Monte”: cosa nasconde il sottosuolo di Castel del Monte, l’enigmatico maniero di Federico II, da otto secoli abbarbicato su una collina solitaria nel cuore delle Murge? La notte del 17 luglio 1994 tutto il mondo è davanti al televisore per seguire la finale del campionato mondiale di calcio tra Italia e Brasile, quando Paolo Manfrè, giovane geologo dell’Università di Bari, l’amico fraterno Mauro Petruzzelli, il geofisico americano Robert Trimble e l’archeologa salentina Alessandra Bianco, decidono di esplorare il sottosuolo del castello. Ciò che troveranno sconvolgerà per sempre le loro vite. I protagonisti si muoveranno al confine della conoscenza, districandosi tra antichi codici rinascimentali e sedute di ipnosi regressiva fra Parigi, Chartres e la Puglia al centro di interessi occulti. Dal primo risvolto di copertina si intuiscono, da subito, gli ambiti spazio-temporali in cui si muove il romanzo: cosa nasconde il sottosuolo di Castel del Monte, l’enigmatico maniero di Federico II da quasi otto secoli abbarbicato su una collina solitaria nel cuore delle Murge? In realtà, dietro la trama del romanzo, abilmente sviluppata nell’alveo del genere avventura-thriller, si nasconde un sottotesto filosofico, storico e scientifico che mira a far riflettere sul rapporto antinomico fra scienza e fede, reale e immaginario, storia e mito. Sul confine di ogni ricerca che aspira a varcare le soglie dell’ignoto, sia esso scientifico, religioso o umano. Quel confine che ha come simboli immortali le Colonne d’Ercole dell’Ulisse di Dante, la Pathmos - il promontorio d’onde si vedono le tenebre - di Victor Hugo, l’onniscienza del Faust di Goethe, la linea d’ombra - “quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù” - di Joseph Conrad. E quale fabbrica più esemplare è in grado di sprigionare quella eterna dialettica filosofica, ancor prima che storica e antropologica, tra visioni razionalistiche o agnostiche e visioni fideistiche, o consentire l’ispirazione di una ricerca che si spinge ai confini della conoscenza, se non Castel del Monte, ormai da anni al centro di dibattiti sempre più accesi fra addetti ai lavori e semplici appassionati?

Quel castello è in grado ancora di parlarci, dopo quasi otto secoli, dall’alto di una collina. E lo fa con un linguaggio necessariamente simbolico che va oltre il sensibile, che tocca nel profondo sino a sfiorare gli abissi della mente umana. E allora, ogni racconto su Castel del Monte non può che non essere anche il racconto di un mito, ma non inteso nel senso di favola o leggenda utile a incantare o svagare le genti, bensì racconto di una storia sacra che serve a “soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali…un ingrediente vitale della civiltà umana”, per usare le parole di Bronislaw Malinowski (antropologo e studioso illustre del XX secolo). Il pregio del romanzo di De Giovanni è di riportare l’attenzione sul valore catartico, unificante, assolutamente fondante che i miti possono avere per costruire l’identità di un territorio. Un territorio, come quello della nuova e antica provincia pugliese, che ha bisogno di trovare un tesoro in cui credere, un bene superiore più grande di ogni piccolo e fazioso campanilismo, un qualcosa che possa gettare le basi per lo sviluppo di ogni persona che vi ci abita e vi lavora. Il grande passato di questa terra, la sua storia, possono aiutare a trovare un senso comune, una visione e una luce in cui riporre ragionevolmente una speranza. Ed ecco, che nel romanzo emergono prepotentemente e mai banalmente i riferimenti a Castel del Monte, a Federico II, alla Vergine dello Sterpeto, al Castello di Barletta, alla Giudecca di Trani, al sottosuolo delle Murge, alle sue immense cavità ancora da esplorare, all’acqua e alle sorgenti sotterranee, archetipi fondanti dei culti primigeni di ogni civiltà, il tutto sullo sfondo di un plot narrativo denso di pathos e suspense e di riferimenti storici reali acutamente approfonditi. Il rischio di perdersi attorno a un mito resta, però, sempre alto. Il pericolo di addormentarsi, di abbandonarsi a sogni che possano generare mostri va scongiurato appellandosi, quando necessario, alle nostre più nobili facoltà intellettive. Come ci insegna l’etica classica, la virtù sta sempre nel mezzo e non c’è numero più equilibrato e armonioso dell’8. Così, solo alla fine del romanzo, si comprende l’intera portata dell’operazione culturale: un numero che trascende il tempo e lo spazio, che appartiene alle tradizioni indiane millenarie come a quelle pitagoriche ed elleniche, all’antica cosmogonia egizia così come a quella de I Ching cinesi o alla filosofia buddista, e ancora alle dottrine cristiane, giudaiche e musulmane e che scopriamo, infine, essere armonicamente presente negli ambiti più disparati dello scibile: dalla musica, alla fisica nucleare, dalla chimica, all’astronomia, con strane e incredibili coincidenze. Un numero, l’8, che da sempre viene riconosciuto come mediatore fra il trascendente e l’immanente, una porta per accedere a mondi superiori, siano essi fisici o psichici.

Scopri di più

Ma 11: Trani
15 km - 4 h - sul livello del mare
All’arrivo a Trani, siamo accolti dalla guida per una passeggiata  alla scoperta del porticciolo turistico. Partenza dalla Cattedrale in riva al mare, gioiello nella città, ci accoglierà per l’antica preghiera della partenza. La sua costruzione è legata alle vicende di San Nicola il Pellegrino, risalenti all'epoca della dominazione normanna. La piazza antistante la Cattedrale si illumina grazie ai raggi del sole riflessi sulla Pietra di Trani e da lì la vista del Castello Svevo, dove il prediletto Manfredi sposò Elena d’Epiro, lambito dal mare. Dalle arcate in Via Statuti Marittimi del romantico porticciolo ci si ritrova immersi nella “giudecca” della numerosa comunità ebraica che ebbe privilegi e protezione ai tempi di Federico II: un labirinto di stretti vicoli dove sono visibili due delle tre Sinagoghe di Trani. Percorrendo il lungomare raggiungiamo il Monastero di Santa Maria di Colonna: secondo la tradizione, il monastero venne fondato nei primi anni dell'XI secolo, dal normanno Goffredo Siniscalco, figlio di Sindolfo. La costruzione della chiesetta romanica è coeva con il monastero, come dimostra l'impianto romanico della pianta.
Vi transitava la millenaria Via Traiana e nel Medioevo i Cavalieri crociati che trovavano accoglienza presso l’ospedaletto oggi Chiesa di Ognissanti.
Cena e pernottamento.

Me 12: Trani - Andria
20 km - 6 h - [+286/-286]
Partiamo da Trani percorrendo grandi viali di vigneti e uliveti per giungere nella città di Andria, cara a Federico II. La città era rimasta fedele al monarca svevo durante la ribellione delle città pugliesi ed egli le concesse esenzione dalle pesantissime tasse, lasciando incisa nella memoria la frase Andria "Fidelis, nostris affixa medullis absit. Vale felix, omnisque gravaminis expers" ("Andria fedele, affezionata fino al midollo delle nostre ossa, alzati! Vivi felice, senza più alcun peso"). Queste parole furono scolpite sulla porta d'accesso alle mura normanne, Porta Sant'Andrea.
Sul cammino s'incrociano masserie, jazzi, poste, casedde, pagliari e peschiere antiche lungo tratturi, sentieri e mulattiere tra lecci e roverelle.
Andria è la città dell’olio extravergine di oliva con la sua tipica cultivar “racioppa” o “coratina”, della famosa burrata inventata nei primi anni del 1900 che si prepara ancora come da tradizione.
La cena in trattoria dove si possono degustare preparazioni locali tradizionali e scoprire i segreti della cucina e la passione per il buon cibo della gente locale. Tipico, con gli sponsali viene preparato il famoso “calzone di cipolla” pugliese e le orecchiette. Vennero diffuse in Puglia tra il XII e il XIII secolo a partire dal capoluogo pugliese ove tutt'oggi resta uno dei primi piatti più prelibati della città. In termine dialettale sono "L strasc'nat", termine che nasce proprio dal metodo di creazione con cui la pasta prende forma quando viene strascinata sul tavolo di lavoro. Vengono cotte principalmente con le cime di rapa (piatto tipico particolare), con i cavolfiori, broccoli e altre verdure, particolari sono anche le orecchiette al ragù rosso.


Gi 13:  Andria - Le Vie di Castel del Monte.
25 km -  7 h - [+548/- 171]
 “Castel del Monte fa parte della mia vita più di quanto lei possa immaginare”
In che senso?
“Nel senso che ero lì quando venne costruito”

Un giorno che ci fa godere la visione del maniero federiciano, la “corona di pietra” che si staglia nettamente all’orizzonte, ad ogni passo sempre più imponente, dirigendo i suoi passi fino all’arrivo come una stella.
Ci immergiamo nella terra degli Svevi, per un percorso a 360° attorno alla Stella sulla Murgia”, in cammino fino al maniero di Castel Del Monte: possiede un valore universale per le sue forme, l'armonia e la fusione di elementi culturali venuti dal Nord dell'Europa, dal mondo Musulmano e dall'antichità classica.
In cammino incontriamo masserie, attraversiamo boschi di querce, lungo gli antichi tratturi della transumanza scopriamo jazzi e poste, percorriamo mulattiere panoramiche e tra pascoli rocciosi ammiriamo pagliari, cisterne antiche e greggi di pecore che si confondono con le predominanti e caratteristiche rocce aguzze che insieme alla presenza di fossili marini, danno il nome a questo altopiano carsico emerso dal mare 65 milioni di anni fa: (murex = murice > murgia). Poi si attraversa il ponte dell'Acquedotto Pugliese che fiancheggia il tratturello Canosa - Ruvo in zona Posta di Grotte.
Ed eccolo! Una corona di pietra ottagonale.
Isolato su un’altura delle Murge, a 540 metri s.l.m. da dove si domina un panorama vastissimo.
Lo sguardo spazia verso ovest fino ai rilievi più alti di tutto l'altopiano carsico, e verso est, fino al Mar Adriatico, e poco più in là, il promontorio del Gargano.

Ve 14:: Castel del Monte  - Castello di Barletta.
15 km - 6 h - [+320 -320]
 “Nasciamo senza portare nulla,
moriamo senza poter portare nulla,
ed in mezzo,
nell’eterno che si ricongiunge nel breve battito delle ciglia,
litighiamo per possedere qualcosa”.
N. Nūr ad-Din.


Dopo la deliziosa colazione, preparata dalla padrona di casa,  partiamo dall’agriturismo che ci ha ospitati per il percorso dell’ Alta Murgia. Il documento più importante in cui si parla del castello è una lettera inviata da Gubbio, nel gennaio 1240, dall'imperatore svevo Federico II al giustiziere di Capitanata, Riccardo di Montefuscolo, ci parla di lavori di copertura da eseguire in relazione al «castro quod apud Sanctam Mariam de Monte». Successivamente l’edificio ha assunto i ruoli di prigione e di residenza ducale. Passato attraverso varie dominazioni e proprietà di diversi signori, per lungo tempo, dopo ripetuti saccheggi e spoliazioni, è stato rifugio di pastori e di ladroni (specialmente nel secolo XVIII). Acquistato come rudere dallo Stato italiano nel 1876 per 25.000 lire, da allora è stato sottoposto a continui restauri; i più recenti ne hanno recuperato l’antico splendore.
Dal 1996, Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Visita guidata con guida turistica e l’autore del romanzo.
Concludiamo il viaggio a Barletta adagiata sull’Adriatico con il Castello a difesa, il Castello di Barletta originariamente costituito da una torre fortificata normanna nell'XI sec., l'edificio prende la forma di castello con l'Imperatore Federico II nel XIII sec. 

Oggi sede del Museo civico dove è esposto l'unico busto che rappresenta l'immagine di Federico II di Svevia e la Cattedrale, una Chiesa presenta sull'apparato scultoreo, preziose testimonianze del periodo crociato, quando Barletta venne scelta quale luogo di sosta e di imbarco per pellegrini e cavalieri diretti in Terra Santa.
Cena e pernottamento.

Sa 15:: Barletta
10 km - 4h - sul livello del mare
“ Ogni uomo ha in sé la sua Pathmos.
Egli è libero di andare o di non andare affatto
su quel terribile promontorio del pensiero donde
si vedono le tenebre.
Se non ci va affatto, egli resta nella vita comune,
nella coscienza comune, nella virtù comune, nella fede comune, nel dubbio comune, ed è bene. Per la pace interiore, evidentemente è meglio.

Se va su quella cima è preso. Le profonde onde del prodigio gli sono apparse.
Nessuno guarda impunemente quell’oceano…Egli si ostina a quell’abisso che attira,
in quel sondaggio dell’inesplorato, in quella noncuranza della terra  e della vita,
in quell’entrare nel proibito, in quello sforzo per toccare l’impalpabile, in quello sguardo sull’invisibile,
ci rivà, ci ritorna, vi si affaccia e vi si sporge,
fa un passo, poi due, ed è così che si penetra nell’impenetrabile,
ed è così che si va nell’allargarsi senza limiti della condizione infinita”.
Victor Hugo.


Mattinata dedicata al relax con una passeggiata lungo la spiaggia di sabbia.
La città di Barletta è nota in tutto il mondo come la città della Disfida, dal nome dell’episodio della guerra tra francesi e spagnoli all’inizio del’500.  
Fitta, brulicante, movimentata, vivace: dell'importante emporio commerciale che fu fin dall'antichità, Barletta ha conservato, visibili e vividi, i caratteri distintivi. Una città dove il mare sembra non vedersi mai, eppure all'improvviso appare, in un'apertura panoramica insolitamente libera e vasta. Una città borghese e mercantile dal volto antico e dalla struttura complessa, prima ancora che una città semplicemente «marittima». Sul mare, il Castello federiciano, simbolo del potere svevo e di tutti i poteri che si sono succeduti nei secoli, è anche oggi luogo cardine delle istituzioni e della cultura della città, e rammenta la storica posizione di privilegio e cruciale di Barletta: luogo di incoronazioni, di promulgamento di leggi, di adunate, punto di partenza delle Crociate e ponte ideale verso la Terra Santa, sede doganale, avamposto strategico per Federico II e regno incontrastato poi di Manfredi, insomma nodo d'importanza estrema per tutto il territorio.
Salutiamo i partecipanti al cammino e la comunità locale con la consegna del Testimonium.
E' l’occasione per sensibilizzare anche la cittadinanza sull’importanza del camminare come azione quotidiana che ci deve vedere parte attiva di un cambiamento lento e profondo.



 




Inizio viaggio:

martedi 11 ore 16:00 ritrovo con la guida al castello di Trani.

Trasferimento in autonomia da aeroporto o stazione di Bari con mezzi pubblici (treni regionali) sia in arrivo che in partenza.


Fine viaggio:

sabato 15 ore 13:00 alla stazione ferroviaria di Barletta.


Cammino:

sentieri boschivi, mulattiere, carrarecce e strade cittadine.


Notti:

b&b, affittacamere e agriturismi.


Pasti:

mezza pensione con pranzo al sacco.


Sapori tipici:

siamo nel territorio di Andria, la città dell’olio extravergine di oliva con la sua tipica cultivar “racioppa” o “coratina”, della famosa burrata inventata nei primi anni del 1900 che si prepara ancora come da tradizione. La cena in trattoria dove si potranno degustare preparazioni locali tradizionali e scopriremo i segreti della cucina e la passione per il buon cibo della gente locale. Tipico, con gli sponsali viene preparato il famoso “calzone di cipolla” pugliese e le orecchiette. Vennero diffuse in Puglia tra il XII e il XIII secolo a partire dal capoluogo pugliese ove tutt'oggi resta uno dei primi piatti più prelibati della città. In termine dialettale sono "L strasc'nat", termine che nasce proprio dal metodo di creazione con cui la pasta prende forma quando viene strascinata sul tavolo di lavoro. Vengono cotte principalmente con le cime di rapa (piatto tipico particolare), con i cavolfiori, broccoli e altre verdure, particolari sono anche le orecchiette al ragù rosso.


Difficoltà:

2 + su 4: cammino è adatto a tutte le persone abituate a camminare. Le pendenze e lunghezze dei percorsi sono di livello turistico.


Note:

il percorso e gli alloggi possono subire modifiche in base alle condizioni atmosferiche o alle necessità del momento.

L’autore Alfredo De Giovanni Barletta, 19 febbraio 1970, geologo, musicista, autore: scrive sui sassi e fa cantar le rocce, scruta nei tubi, e nei mari, le gocce. Gira la Puglia alla ricerca di brani di bellezza, crea versi e melodie, spilucca musica “leggera”, scrive e interpreta spettacoli di teatro-canzone. Come geologo si occupa di ambiente per il ciclo integrato dell’acqua gestito da Acquedotto Pugliese, cura articoli su riviste scientifiche e collabora con il Politecnico di Bari - DICAR per ricerche multidisciplinari su Castel del Monte. Ama il cinema, le narrazioni fatte con la luce e ha realizzato contributi scritti per libri fotografici editi da Mario Adda e Castelvecchi.
Stravede per i numeri, la metafisica e le orecchiette col ragù: per questo ha scritto "Otto, l’abisso di Castel del Monte", il suo primo romanzo giunto alla terza edizione e vincitore del Premio Nazionale Fortuna nel 2019. Caratteristiche dell’autore Con una passione nel raccontare storie che viene da molto lontano, continuamente in bilico tra reale e immaginario, storia e mito, scienza e religione, il suo racconto di vita è fortemente legato alla radici. Radici territoriali che svelano un sud fatto di necessità pratiche, di voglia di riscatto, di profonde esigenze culturali. Un sud legato alle emozioni, al sogno, alla ricerca del sacro, che si svela nelle immagini votive come nell’arte di custodire l’acqua, in pitture rupestri come nel gesto di piantare un ulivo o costruire muretti a secco. Un sud che fa crescere passioni, legami viscerali con un passato antico, che lo porta, anche guidato da un’innata curiosità, a immaginare mondi altri, a creare opere che hanno la capacità di far viaggiare, esplorare territori che alla fine ci attraversano e ci muovono dentro. I tre temi che definiscono la sua persona, si intersecano in maniera organica attraverso la narrazione di storie che hanno radici nella terra madre, con personaggi che tendono a esplorare un sottosuolo reale e immaginario, spinti da una profonda sete di conoscenza. Un racconto, che se letto a voce alta, risuona come musica, fosse anche l’eco di una goccia di calcite nel silenzio di una grotta.

Sinossi del romanzo Nella prima metà degli anni ’90, un mistero nascosto nel sottosuolo di Castel del Monte conduce quattro giovani ricercatori universitari a incrociare gli interessi di una pericolosa setta internazionale al confine tra massoneria e servizi segreti. “Otto. L’abisso di Castel del Monte” è scritto da Alfredo De Giovanni, geologo, musicista e scrittore barese, ma barlettano di adozione, che ha voluto raccontare una storia in bilico tra reale e immaginario, restando legato alle radici del sud Italia. In un luogo che ha sempre suscitato interesse, De Giovanni fa finire i protagonisti in situazioni rocambolesche tra sedute di ipnosi regressiva, decifrazioni di antichi codici rinascimentali, omicidi e rapimenti fra Parigi, Chartres e la Puglia. Sullo sfondo della sesta crociata e del suo ineffabile protagonista, l’Imperatore Federico II di Svevia, la scoperta del segreto di Castel del Monte, nell’epilogo drammatico del romanzo, sconvolgerà per sempre l’esistenza di tutti i protagonisti.

Breve analisi e peculiarità del romanzo. Dal primo risvolto di copertina si intuiscono, da subito, gli ambiti spazio-temporali in cui si muove il romanzo: cosa nasconde il sottosuolo di Castel del Monte, l’enigmatico maniero di Federico II da quasi otto secoli abbarbicato su una collina solitaria nel cuore delle Murge? In realtà, dietro la trama del romanzo, abilmente sviluppata nell’alveo del genere avventura-thriller, si nasconde un sottotesto filosofico, storico e scientifico che mira a far riflettere sul rapporto antinomico fra scienza e fede, reale e immaginario, storia e mito. Sul confine di ogni ricerca che aspira a varcare le soglie dell’ignoto, sia esso scientifico, religioso o umano. Quel confine che ha come simboli immortali le Colonne d’Ercole dell’Ulisse di Dante, la Pathmos - il promontorio d’onde si vedono le tenebre - di Victor Hugo, l’onniscienza del Faust di Goethe, la linea d’ombra - “quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù” - di Joseph Conrad. E quale fabbrica più esemplare è in grado di sprigionare quella eterna dialettica filosofica, ancor prima che storica e antropologica, tra visioni razionalistiche o agnostiche e visioni fideistiche, o consentire l’ispirazione di una ricerca che si spinge ai confini della conoscenza, se non Castel del Monte, ormai da anni al centro di dibattiti sempre più accesi fra addetti ai lavori e semplici appassionati? Quel castello è in grado ancora di parlarci, dopo quasi otto secoli, dall’alto di una collina. E lo fa con un linguaggio necessariamente simbolico che va oltre il sensibile, che tocca nel profondo sino a sfiorare gli abissi della mente umana. E allora, ogni racconto su Castel del Monte non può che non essere anche il racconto di un mito, ma non inteso nel senso di favola o leggenda utile a incantare o svagare le genti, bensì racconto di una storia sacra che serve a “soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali…un ingrediente vitale della civiltà umana”, per usare le parole di Bronislaw Malinowski (antropologo e studioso illustre del XX secolo). Il pregio del romanzo di De Giovanni è di riportare l’attenzione sul valore catartico, unificante, assolutamente fondante che i miti possono avere per costruire l’identità di un territorio. Un territorio, come quello della nuova e antica provincia pugliese, che ha bisogno di trovare un tesoro in cui credere, un bene superiore più grande di ogni piccolo e fazioso campanilismo, un qualcosa che possa gettare le basi per lo sviluppo di ogni persona che vi ci abita e vi lavora.

Quota di partecipazione: € 250, da versare all'associazione (per segreteria, organizzazione, guida).


Spese previste: € 410, da portare con sé per mangiare, dormire e spostamenti. Sono calcolate accuratamente tuttavia suscettibili di piccoli cambiamenti in più o in meno legati a variazioni di prezzi e al comportamento del gruppo.