La mia Zanzibar per camminatori: semplice, lenta e felice | Dwa

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Prima uno schiaffo ai predatori del mondo («qui sono arrivati tanti soldi, ma sono finiti nelle tasche di pochi») e poi una carezza a chi, come gli indigeni della Tanzania e dell’isola di Zanzibar, gli ha insegnato «ad avere sempre tempo per gli altri». Giorgio Colombo, project manager di una Ong italiana, la Fondazione Acra, ha scelto di vivere nel sud del mondo con moglie e figli. Dopo alcuni anni di affiancamento, ha consegnato nelle mani della guida locale Dwa il viaggio a piedi delle Vie dei Canti sull’altra costa di Zanzibar, quella dove nessuno parla l’italiano. Spiagge bianche con sabbia che sembra borotalco, fondali abitatai da coralli e pesci coloratissimi, foreste rigogliose, palme e animali esotici: chi ha la fortuna di capitarci ha l’impressione di aver raggiunto il paradiso terrestre.

Giorgio, come hai scoperto la Tanzania e Zanzibar?
«Nel 1998 in occasione del mio primo viaggio per una ricerca sui leoni in un parco nazionale. Ho vissuto più di un mese in mezzo alla savana, e da allora è nato l’amore tra di noi. L’anno dopo sono stato mandato a Zanzibar per un progetto di eco-turismo in un piccolo villaggio di pescatori. Da allora sono tornato quasi tutti gli anni, per lunghi periodi (almeno 3-4 mesi) per seguire progetti in campo ambientale e di turismo responsabile. Per me è come tornare a casa ormai. Il 2006 l’ho trascorso quasi interamente a Zanzibar per seguire un progetto con un’associazione italiana in collaborazione con il ministero dell’Istruzione. Ho potuto conoscere realtà lontane dal turismo, isolate, autentiche. E vedere gli angoli più nascosti dell’isola. Trascorrere un anno a Zanzibar vuol dire imparare il ciclo della luna e delle maree, della stagione secca e delle piogge (piccole e grandi), della stagione calda e di quella fresca. Vedere il cielo stellato che cambia e nuove costellazioni che si succedono nel cielo. Si imparano un sacco di cose, dalla natura e dalla gente».

E come hai conosciuto Dwa?
«Il primo incontro risale al 2006 quando la sera dopo il lavoro mi trovavo con lui e un altro amico zanzibarino a dare loro lezioni di italiano. Da allora è stato lui a lavorare con turisti e viaggiatori italiani ed è diventato una guida riconosciuta dal governo di Zanzibar. Ha messo su famiglia e figli e devo riconoscere che ha avuto ragione lui a volee fortemente imparare l’italiano: è stata la svolta per la sua vita professionale».

Dwa, hotel superlusso e villaggi vacanza, sono un’opportunità o un limite per Zanzibar?
«Sono un’opportunità un po’ sprecata. Il turismo porta con sé opportunità, occasione di incontro-confronto, di contaminazione. Questo indubbiamente è successo a Zanzibar. Del resto questa isola ha una storia meticcia, fatta di tante razze diverse, dominazioni, schiavitù e barbarie. Ora che c’è la pace è arrivato il turismo di massa che purtroppo non ha il tempo di ascoltare la gente locale e non ha la coscienza dell’impatto enorme che causa sulle culture e sull’ambiente. Sono arrivati tanti soldi, che sono finiti nelle tasche di pochi. Le comunità rurali o i piccoli villaggi di pescatori vivono sempre allo stesso modo, con la differenza che il cibo è sempre più caro e le risorse sempre meno. Vi pare possibile che in hotel si mangi pesce tutti i giorni e si nuoti in piscina, mentre fuori la gente non ha acqua potabile e non ha pesce fresco da mangiare?».

Perché andare sull’altra costa, quella meno battuta e trascurata dalle multinazionali del turismo?
«È la parte più tradizionale, più vera, forse più povera, ma mai misera, delle coste di Zanzibar. Difficile trovare qualcuno che ti parli in italiano come succede su altre coste di Zanzibar. È qui che si possono ancora osservare paradisi non artificiali, vivere l’atmosfera semplice del villaggio, camminare su strade che si percorrono solo a piedi (o in bici). È anche un modo per aprire queste zone a un turismo altro, un turismo in punta di piedi, capace di osservare».

Come mai non è stata colonizzata dai grandi villaggi all inclusive?
«La costa ovest non è lunga lingua di sabbia come la costa est. È più selvaggia, con scogli corallini intervallate a spiagge isolate e mangrovieti. C’è più biodiversità ma i turisti da villaggio vacanza preferiscono sabbia senza ostacoli. Anche la punta sud di Unguja è più selvaggia, ci sono i più imponenti scogli corallini dell’isola e pochi (turisti) sanno che si può camminare sotto la loro ombra».

Al termine di questo cammino http://www.viedeicanti.it/dettagli-viaggio/384/la-costa-dei-pescatori/, cosa rimane sulla pelle dei viaggiatori?
«Io credo più di tutto il contatto con la gente, l’arrivo a piedi in villaggi sperduti, l’accoglienza dei bambini. E soprattutto ci si rende conto di quanto si possano eliminare bisogni superflui, si gusta il valore della semplicità, della lentezza, del silenzio, dell’ascolto. Questo devo dire è un po’ il nostro lavoro di guide, fare innamorare la gente di questo luogo come lo siamo noi».

Ci racconti un episodio che possa farci capire cosa significa viaggiare a piedi a Zanzibar, anzi, in punta di piedi?
«L’attraversamento del mangrovieto per raggiungere l’isola di Uzi. Abbiamo iniziato a percorrere la piccola e tortuosa strada sul fondo delle mangrovie durante la bassa marea, a metà strada circa ci siamo accorti che la marea stava salendo velocemente e ci siamo trovati con l’acqua alle caviglie. A quel punto ci siamo accampati su un piccolo scoglio corallino in mezzo alle mangrovie mentre l’acqua del mare saliva velocemente (qui l’escursione di marea è attorno ai quattro metri e mezzo). Siamo rimasti isolati, fino a quando un barcaiolo non è passato e ci ha dato un passaggio fino alla costa dell’isola. Sapevamo comunque che quando la marea si sarebbe alzata sarebbe giunto un barcaiolo che normalmente fa servizio per la gente del villaggio di Uzi».

I tetti in lamiera delle case più povere e quelli colorati dei templi indù, i campanili delle chiese cristiane e le cupole delle moschee, ma le aree protette sono tutelate?
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«L’isola di Unguja è lunga circa 90 km e larga 35-40 km e l’unica zona veramente protetta è il Parco nazionale Jozani-Chwaka Bay. Qui il sistema di protezione funziona, garantisce reddito anche alle comunità che vivono intorno o all’interno del parco. Il turismo legato al parco supporta guide locali e piccoli progetti ecosostenibili. A parte Jozani sono rimaste solo piccole aree protette (isolotti, atolli) molte esclusive e completamente slegate dal tessuto sociale. Sarebbe bello estendere l’idea del parco di Jozani ad altre zone dell’isola con piccole foreste primarie ancora intatte, dove le comunità locali potrebbero gestire direttamente questa rete di aree protette. Ci sono diverse organizzazioni locali che stanno lavorando in questo senso. Sarà bello incontrare alcuni protagonisti della società civile».